La Corte degli Scontenti: prefazione


La Corte degli Scontenti, secondo un’antica tradizione celtica, è rappresentata da un insieme di creature mitiche e mostruose che attraversano i cieli di notte in cerca delle loro vittime per poi rapirle o torturarle coi loro scherzi. Per chi ci credeva, era senz’altro la cosa peggiore che potesse capitargli; immagino che vedersi piombare addosso streghe, demoni, folletti maligni e altre mostruosità non debba essere certo divertente!

I miei “scontenti” invece, non incutono alcuna paura, anzi potrebbero fare pietà o tenerezza in quanto eterne vittime di un destino beffardo e crudele. Nonostante ad essi sia negato un lieto fine, molti di loro hanno imparato a sopravvivere alla vita con una buona dose di autoironia: ci fanno ridere quando sono intrappolati in situazioni grottesche, ci strappano un sorriso quando in simili frangenti tirano fuori la loro determinazione anziché piangersi addosso.

Ai riferimenti alla mitologia celtica, presente oltre che nel titolo che fa da leitmotiv e da sfondo all’intero libro anche negli episodi della sirena invidiosa e della gazza che porta dolore, si aggiungono quelli della mitologia classica (vedi le rievocazioni dei miti di Narciso e Orfeo): tutti insieme, fanno da contraltare alla modernità, rappresentata negli episodi in cui è protagonista la gente comune, alle prese con i problemi della quotidianità. Un modo come un altro per dire che la “scontentezza” è equa, non fa discriminazioni. Fa parte della vita, perciò può colpire chiunque.
Ed è sempre dietro l’angolo, pronta a rapirti quando meno te l’aspetti.
Proprio come la Corte degli Scontenti.

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